La meditazione è una pratica solo mentale?
L’immobilità potrebbe indurci a crederlo. Non è raro scegliere la meditazione con la speranza di escludere il corpo dall’esperienza. E’ altrettanto comune desistere per la difficoltà di metterci a nostro agio in una posizione adatta.
Presto o tardi tutti scopriamo quanto sia più difficile fermarci piuttosto che stare in movimento.
Vale quindi la pena di guardare più a fondo, perché come spesso accade…a volte l’apparenza inganna.
Seduti nella quiete
E’ una sera di gennaio e ci troviamo riuniti nella piccola sala di meditazione. Fuori il buio e la quiete dell’inverno, nella stanza il calore e una atmosfera intima e sospesa che ogni volta ci accompagna a sperimentare insieme il silenzio, i nostri limiti e qualche scoperta interessante.
I praticanti di lunga data si sono installati in posizioni sedute ben sperimentate. I “novizi”, carichi di entusiasmo, ma ancora poco allenati al realismo, si sistemano in pose più rigide e spesso difficili da mantenere a lungo, se non a costo di sforzi crescenti.
Le istruzioni per i possibili adattamenti della posizione sono disponibili, così come sedie, sgabelli e cuscini di diverse forme, che invitano ad essere flessibili.
Ma questo non basta: succede che la scelta della posizione non si fondi su quello che davvero sentiamo, bensì su condizionamenti o illusioni circa il nostro stato o su una vaga immagine di meditanti ai quali vorremmo somigliare.
La nostra pratica nella stanza tranquilla si sviluppa lentamente: il canto dei mantra, la percezione delle sensazioni fisiche, la pratica del respiro consapevole con alcune semplici tecniche di Pranayama, introducono ad un silenzio via via più profondo.
Dalla quiete ogni tanto emerge un sospiro, cauti movimenti di spalle collo o gambe che denotano inquietudine, dolori e tensioni.
Se il nostro volo punta troppo in alto, ecco che il corpo ci richiama. Se non lo ascoltiamo reagisce, attivando contratture, dolori e movimenti involontari.
Infliggerci sofferenza pur di proteggere una immagine ideale è un fatto piuttosto comune, soprattutto all’inizio. Tutti passiamo di qui.
In questi casi, sarà proprio il corpo, con i suoi segnali forti, a proporci una correzione, assumendo il ruolo di maestro.
La voce del corpo
Se ci apriamo all’ascolto, possiamo disporre di una guida in grado di accompagnarci anche nelle pratiche più interiori. Mentre la nostra mente può vagare nello spazio e nel tempo con estrema libertà, siamo dotati di un corpo è ben ancorato alla terra e al presente.
La sua voce è fatta di sensazioni. Peso e leggerezza, caldo e freddo, sensazioni tattili , dolore, sensazioni viscerali, muscolari, articolari…Ascoltandole non possiamo che ritornare ogni volta al qui e ora. L’apprendimento di questo linguaggio privo di parole, è uno dei doni più significativi di una pratica Yoga regolare e perseverante nel tempo.
Se la voce che può assumere toni diversi in base alle necessità, anche le sensazioni possono avere diversi gradi di intensità ed essere facili da cogliere o appena percepibili.
E’ più difficile che un forte mal di denti sfugga alla nostra attenzione, mentre è più frequente non accorgerci di sottili contratture muscolari, apnee respiratorie, o sensazioni meno localizzate come la fame, la sete, la stanchezza.
Cogliere la ricchezza di questi messaggi ci permette di radicarci nella realtà del momento, ai nostri bisogni essenziali, all’impermanenza di tutti i fenomeni.
Con l’esperienza nella pratica corporea di Asana e una maggiore familiarità con il nostro respiro mediante il Pranayama, impariamo a cogliere segnali via via più sottili.
E’ ormai chiaro come lo sviluppo della consapevolezza, che ricerchiamo nella meditazione, abbia le sue radici proprio qui, nella terra del nostro essere incarnati, con le imperfezioni e l’incessante cambiamento che condividiamo con ogni essere e fenomeno della natura.
L’immobilità e una posizione seduta stabile e comoda, sono all’apice di un lungo addestramento del corpo e del respiro.
Un passo per volta
Nel tempo, ogni praticante potrà tracciare con il suo passo, il percorso che lo conduce a sostare seduto anche a lungo in modo stabile e rilassato. Accettando la realtà del proprio corpo in evoluzione e la natura instabile dei propri stati emotivi e mentali.
Nel trattato Yoga Sutra, il saggio Patanjali descrive un percorso logico: il celebre “Yoga delle otto membra”. Qui la meditazione viene collocata dopo una serie di realizzazioni fondamentali, che ripuliscono il nostro essere da tutto ciò che può turbare una visione chiara e pacificata. Un percorso necessario per giungere più liberi e leggeri alle pratiche più interiori come Dhyana, il termine sanscrito con cui viene indicata la meditazione.
Procedere su un tracciato sicuro, ci aiuta a superare le naturali difficoltà nell’affontare la meditazione, scoprendo il tesoro più nascosto e meno esplorato dello Yoga.
Un corpo irrequieto e una mente agitata e dispersiva, sono i primi ostacoli con cui tutti dovremo fare i conti. Possiamo desistere subito, oppure possiamo usarli a nostro vantaggio, accettandone la realtà impermanente e considerandoli un terreno fertile per la comprensione del nostro percorso di pratica, del nostro stile di vita e dei nostri reali bisogni.
Ogni cosa a suo tempo e un tempo adeguato per ogni passo, sembrano dire i saggi che ci precedono.
In pratica?
Ecco qualche idea per integrare il corpo nelle esperienze di meditazione:
- Non esitiamo ad adottare i supporti e gli adattamenti, che ci consentono di sentirci rilassati e stabili. La sofferenza auto inflitta genera solo rigidità e stanchezza
- Addestriamoci a riconoscere e a sciogliere le contratture che sorgono. Mettiamoci in ascolto, le tensioni non sono difetti, ma buone occasioni di comprensione di noi stessi.
- Usiamo il corpo come un maestro intelligente e fidato, accogliendolo nell’esperienza.
- Affidiamoci ad un percorso collaudato e alla condivisione con un gruppo di pratica prima di praticare soli. E’ un sollievo scoprire che siamo insieme in “una stessa barca” che viaggia verso nuove terre
- Fidiamoci dei nostri progressi così come delle difficoltà che sorgono: sono utili entrambi. La pratica non è una gara, ma un meraviglioso viaggio di scoperta.
Qui trovi anche una breve pratica audio di dieci minuti ti aiuterà a metterti a tuo agio nella posizione più adatta a te
Nella casa…
Nella sala tranquilla, la pratica si conclude. Torniamo a guardarci, grati per aver condiviso un momento speciale. Presto ognuno tornerà a casa, tra le sue attività consuete, i rumori e il ritmo del quotidiano. Non abbiamo fretta e sorge qualche parola da condividere. Siamo più propensi all’ascolto e le voci sono pacate. Con sollievo sorridiamo anche delle nostre difficoltà, che si fanno più leggere.
Ci ritroveremo presto e salutandoci aggiungo un pezzo di legno nella stufa.
Fuori, la montagna che sovrasta la casa, gli alberi e gli animali notturni, ci ricordano senza parole, il linguaggio semplice e potente della presenza.


